teatro

La Febbre

2021

Foto di: ©Laila Pozzo

"Voi avete mai avuto degli amici poveri?"

Anno
2021
Autore
Wallace Shawn
Con
Federica Fracassi
Regia
Veronica Cruciani
Traduzione
Monica Capuani
Suono
John Cascone
Luci
Omar Scala, Gianni Staropoli, video di Lorenzo Letizia
Scene
Paola Villani
Costumi
Anna Coluccia
Assistente
Virginia Landi
Produzione
Produzione Teatro e Società e Teatro di Roma - Teatro Nazionale con la collaborazione di Amat e Comune di Pesaro

Veronica Cruciani
Appunti di regia
Questo monologo è un’elaborata denuncia del capitalismo globale, feroce e ironicamente divertente, che viene messa in bocca ad una donna benestante, consapevole di ogni paradosso, mentre guarda indietro ad una vita agiata resa possibile dalla povertà degli altri. La protagonista è una viaggiatrice senza nome che si trova in un hotel di un paese povero e lontano dove è in corso una rivolta. Lei sta vivendo la propria guerra civile, ha una febbre che la fa rabbrividire e sprofondare in una più profonda nausea esistenziale. Ad un certo punto ha una rivelazione improvvisa e accecante: le sue presunzioni e il suo privilegio di persona liberale, istruita e benestante si basano sulla miseria che altre persone vivono nel mondo. La malattia è il capitalismo stesso.
Questa donna è alla ricerca di risposte. Tutto ha un prezzo? Le persone? Uccidere? Cosa ci dà il diritto di stare meglio dei poveri? Perché insistiamo nel chiedere il meglio per noi stessi e i nostri figli quando le altre persone non hanno quasi nulla? Queste sono le domande, che molti di noi nella vita cercano di ignorare. Shawn riesce a parlare in maniera davvero incisiva e profonda della nostra relazione con il nostro mondo, la nostra ricchezza. Nello spettacolo, come quando hai la febbre, con i suoi sogni offuscati e pensieri ultraterreni, ciò che è stato discusso passerà e tutto tornerà alla normalità e la stessa protagonista tornerà al sicuro.
Le verità contenute in questo testo, e il pensiero che provoca, sono così potenti che bisognerà sforzarsi di far vivere allo spettatore un’esperienza piuttosto che farlo assistere soltanto ad uno spettacolo. L’attrice nella rappresentazione teatrale dovrà creare un’atmosfera incredibilmente intima con il pubblico parlando come se stesse facendo una confessione più che un’opera teatrale. Il racconto dovrà avere un’ intensità febbrile; gli aneddoti si confondono con le autoaccuse, i legami tra il privilegio del Primo Mondo e il dolore del Terzo Mondo vengono alla luce, arrivando con l’improvvisa forza di una rivelazione. Il cuore della questione non è tanto crogiolarsi nella colpa liberale ma fare un’analisi accurata del perché tale colpa non è sufficiente.

La protagonista de La febbre attraversa numerosi livelli di lucidità e sprofondamento nel suo incubo.

La scena di questo spettacolo deve essere in grado di ripercorrere quegli stessi livelli, mostrandoci una donna capace di porsi, e lucidamente porre al pubblico, le domande che la attraversano. Allo stesso tempo parlarci del delirio che la inghiotte.

Immaginiamo un lavoro con un importante intervento video di immagini. Esiste dunque un “fuori” dall’incubo, in cui l’attrice è presente su palco, elegantemente vestita, e apparentemente lucida. E un “dentro”, in cui la scena non è quella del letto, ma quella del pavimento di un bagno. La donna, protagonista e borghese, non parla distesa sulle morbide lenzuola di un letto d’albergo, ma, per assoluto contrasto, la troviamo nella parte più squallida della sua febbre, nel luogo che annienta i privilegi del lusso e del denaro, mentre si trova abbracciata ad un water del bagno di quello che possiamo intuire come un albergo, e si stende nella vasca, come a simulare il letto che le forze non le bastano a raggiungere. Il pavimento del bagno, è inclinato, in modo da rendere il movimento dell’attrice, difficile. La donna ha l’andatura costretta, di chi fatica a reggersi in piedi.

Nel gioco di contrasti, incombente sul pavimento del bagno, vi è una seconda superficie, un plafon altrettanto inclinato e di uguali misure. Sembra una vetrata, e verrà usato come superficie di proiezione, in cui l’attrice ritrova se stessa nei mille volti del delirio che la travolge.

 

Federica Fracassi
Mai come in questo momento in cui siamo stati costretti a fermarci ho avuto tempo per ripensare a quanto la malattia sia classista, a quanto i poveri e gli emarginati del mondo subiscano più degli altri anche le conseguenze della pandemia. Sul loro corpo innanzitutto, un corpo esposto da sempre e sulle loro condizioni di vita, o più banalmente di sopravvivenza. Il profitto, il denaro, il potere di pochi determinano ancora una volta lo sterminio dei corpi fragili, del non conforme. E l’assenso silenzioso dell’Occidente di fronte a questo sterminio.

Non è forse un caso che in tutto il mondo, mentre scrivo, si infiammano rivolte che denunciano il potere che agisce sul corpo, lo mettono al centro del discorso.

Mi sono detta che in teatro dovremmo parlare dei nostri privilegi che continuano a schiacciare le vite degli altri. Mi sono detta che in teatro non dovremmo più parlare a vanvera, solo tra noi.

E mentre me lo dicevo ho incontrato “La Febbre”.

 

Monica Capuani
Sulla traduzione di La febbre di Wallace Shawn
Ho letto La febbre di Wallace Shawn dopo averlo acquistato nella libreria del National Theatre, a Londra. Mi ha colpito enormemente, per l’originalità della scrittura e la potenza del messaggio, che va dritto al cuore della nostra società consumistica occidentale, che ci vede tutti collusi.

Avrei voluto tradurlo, ma poi ho scoperto che era addirittura uscito in un volumetto presso le Edizioni e/o, così ho rinunciato. Ed è stato un bene. Perché oggi tutta l’esperienza di traduzione che ho fatto in questi anni, sia nella narrativa che nel teatro, mi hanno dato più strumenti per affrontare la sfida che è La febbre. Durante il lockdown, il monologo mi è tornato in mente. Con insistenza. E ho deciso che lo avrei tradotto, che era arrivato il momento per una mia versione.

Ho scelto la voce di una donna (Wallace Shawn la lascia neutra, dando la possibilità di interpretare il monologo a un attore o a un’attrice indistintamente), perché a me un’attrice sembra l’interprete ideale, per una certa maggiore capacità di identificazione, di empatia, almeno temporanea (nella condizione alterata che le dà la febbre), con le vittime. Ho scelto spesso il passato prossimo, invece del passato remoto, per mantenere l’esperienza in un tempo recente e quindi ancora pressante sul presente. E ho cercato di fare appello a tutta la mia esperienza del teatro, per tentare di restituire la straordinaria musicalità del testo. Wallace Shawn, oltre a essere un drammaturgo molto apprezzato negli Stati Uniti e in tutto il mondo anglosassone, è un raffinatissimo attore caratterista (lo abbiamo visto spessissimo nei film di Woody Allen). Nella sua scrittura, questo si sente. Shawn ha ben presente l’attore e la musica delle parole che dovrà “cantare”. Reiterazioni, periodi dilatati che diventano quasi dei mantra, immagini sbilenche, alterate, deformate. Un esercizio di lingua di un virtuosismo mai fine a se stesso, che genera senso. E che porta un messaggio che oggi, nel post pandemia, mi sembra più attuale che mai.